Degenerazione maculare si può prevenire

Screening precoci, corretta alimentazione e integratori possono preservare la parte centrale della retina

Da Rivista OK Salute e benessere- Testo di Chiara Cantoni-

Se siamo in grado di perce­pire i colori, riconoscere i volti, leggere i caratteri più piccoli e discriminare i contorni e i dettagli degli oggetti che ci circondano, è soprattutto grazie alla macula, una piccola area a forma di ellisse posta al centro della retina. Sebbene il suo diametro misuri solo mezzo centimetro, questa regione retinica è sicuramente la più importante: grazie ai numerosi coni fotorecettori presenti al suo interno, infat­ti, i segnali luminosi vengono «catturati», trasformati in impulsi elettrici e trasmessi alla corteccia cerebrale attraverso il nervo ottico. In seguito, nella zona occipitale e temporale del cervello, questi stimoli vengono convertiti in immagini, regalan­doci una visione chiara e distinta, che ci permette di svolgere anche le più banali attività quotidiane come guidare, scrive­re, godersi un dipinto e immergersi nella lettura.

PRIMA CAUSA DI CECITÀ PARZIALE

Tuttavia la macula, che è una parte estre­mamente delicata, può essere soggetta

– proprio come altri distretti corporei

– a un deterioramento e andare incon­tro a diverse patologie. «Quella più fre­quente, che è anche la prima causa di cecità parziale nei Paesi occidentali, è la degenerazione maculare legata all’età (DMLE)», ricorda Francesco Bandello, professore di oftalmologia all’Univer­sità Vita-Salute San Raffaele e direttore dell’unità di oculistica all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. «È una malattia cronica, colpisce solitamente le persone che hanno più di 60 anni con una fre­quenza superiore nelle fasce d’età avan­zate ed è la massima esasperazione del normale processo di invecchiamento che coinvolge la retina e i tessuti vicini». In alcuni individui, cioè, la macula subisce un’anomala alterazione spesso progres­siva e irreversibile, in seguito alla quale questa regione perde le sue enormi potenzialità e funzionalità. A risentirne è la visione centrale, che man mano si impoverisce e diventa meno nitida, compromettendo la qualità della vita di una persona che, tuttavia, grazie alla visione periferica rimasta intatta, non corre il rischio di diventare totalmente cieca.

PROTEGGERE GLI OCCHI DAI RAGGI UV

Le cause di questo decadimento, che può colpire entrambi gli occhi ma anche uno soltanto, non sono ancora state del tutto accertate ma, in compenso, sono stati individuati diversi fattori di rischio che incidono in modo significativo sull’insorgenza della patologia. «La predisposizione genetica è ormai acclarata», afferma Bandello, «specialmente se questa malattia retinica è presente (o lo è stata) nei parenti di primo grado, cioè i genitori. Alla familiarità, però, vanno aggiunti alcuni stili di vita errati che apportano un danno micro¬circolatorio nell’occhio, compromettendo seriamente l’attività della macula. Tra questi troviamo l’esposizione continua alle radiazioni ultraviolette senza una protezione adeguata degli occhi, il fumo di sigaretta, l’abuso di alcol, l’assenza di attività fisica e una dieta ricca di grassi animali e povera di vitamine, antiossidanti e acidi grassi».

UTILI LUTEINA E OMEGA 3

L’ideale sarebbe, dunque, che gli individui nati con un patrimonio genetico predisponente alla malattia evitino quantomeno questi fattori di rischio ulteriori. «Chi ha o ha avuto una madre o un padre con la degenerazione maculare legata all’età deve non solo esimersi da queste cattive abitudini, ma anche sottoporsi a visite di controllo periodiche, su indicazione dell’oculista stesso, ben prima della sesta decade di vita», avverte l’oculista. Al di là della familiarità, infatti, prevenire questa patologia o rallentarne l’insorgenza si può, ma è necessario darsi da fare già in giovane età. «Purtroppo, di frequente la cura e il benessere degli oc¬chi passano in secondo piano», si rammarica Bandelle. Spesso, infatti, si iniziano a mettere in atto alcuni accorgimenti preventivi quando ormai il deterioramento della macula è in corso e il suo «destino» è praticamente già scritto. Eppure basterebbe davvero poco.
«Innanzitutto non bisogna sottovalutare l’importanza di regolari screening perché, grazie all’esame del fondo oculare, lo specialista è in grado di rilevare tempestivamente le alterazioni retiniche “premonitrici” della patologia e intervenire di conseguenza», puntualizza Bandelle. Inoltre, quando una persona è predisposta a sviluppare la malattia ma non vi è ancora alcun campanello d’allarme, si potrebbe giocare d’anticipo con l’assunzione di sostanze antiossidanti. «Alcuni integratori alimentari, come luteina, zeaxantina, astaxantina, sali minerali, vitamina A ed E e omega 3, sono in grado di preservare la macula dall’aggressione precoce e accelerata di stress ossidativo e radicali liberi, anch’essi responsabili di un’eventuale degenerazione», suggerisce l’oculista. Infine, è necessario avere un occhio – è proprio il caso di dirlo – di riguardo nei confronti dell’alimentazione, «che deve essere ricca di frutta, verdura, olio d’oliva, pesce azzurro, carni bianche e frutta secca, che svolgono un ruolo protettivo verso la macula».

PIÙ FREQUENTE LA FORMA SECCA

La peculiarità della degenerazione maculare è che può presentarsi in maniera diversa, sia dal punto di vista dell’evoluzione, sia da quello della gravita. Esistono la forma secca (o atrofica) e quella umida (anche detta neovascolare o essudativa). «La prima è sicuramente la più frequente, visto che interessa circa l’80% dei casi, ed è anche la meno aggressiva», continua lo specialista. «La parte centrale della retina, infatti, si consuma lentamente e, a causa di un mal funzionamento del microcircolo capillare, va incontro a un graduale processo di atrofizzazione. In questo caso la macula è paragonabile al gomito di un maglione che, a furia di essere indossato, si usura nel corso degli anni. Tuttavia, sebbene il danno apportato sia molto serio, questa alterazione si determina nell’arco di decenni: il cervello, dunque, riesce giorno dopo giorno ad adattarsi all’handicap, mettendo in atto dei meccanismi di compenso che consentono di convivere con questa patologia “senza accorgersene” più di tanto».

L’edema è associato al diabete

Invecchiamento a parte, la macula può essere coinvolta anche in malattie sistemìche, come il diabete. Questa patologia, in assenza di cure adeguate o a causa di una diagnosi tardiva, può apportare un danno anche ai vasi sanguigni del tessuto retinico, che si indeboliscono o crescono in maniera anomala. In questi casi si parla di retinopatia diabetica, che si manifesta con vista offuscata, macchie o filamenti che disturbano la visione e calo improvviso dell’acuità visiva. La complicanza più grave di questa malattia, che è maggiormente frequente nei diabetici di tipo 1, è l’edema maculare, caratterizzato dalla presenza di liquidi provenienti dai vasi anomali della retina all’interno della regione maculare. Ne consegue che la macula si«gonfia», perde la sua funzionalità e porta a un calo progressivo della fino alla cecità. In questi casi lo specialista dispone di un ventaglio di trattamenti terapeutici altrettanto efficaci che vanno dalle iniezioni intravitreali con i farmaci anti-VEGF agli impianti intravitreali con cortisonici a lento rilascio, fino al Iaser focale o a griglia.

DANNI IRREVERSIBILI Al FOTORECETTORI

Ben diversa è la forma umida, che coinvolge quasi il 20% di coloro che hanno la maculopatia senile, è più aggressiva, invalidante e immediata rispetto alla prece-dente. «Al di sotto della retina è posizionato un tessuto impermeabile, la coroide, che la separa dalla sclera. Nella degenerazione umida questa membrana diventa permeabile e viene attraversata da piccoli vasi sanguigni che, spesso, riescono a raggiungere direttamente la retina. Se uno di questi entra nella zona retinica, determina uno scompaginamento dell’anatomia della macula e provoca un danno irreversibile ai suoi fotorecettori, deputati alla ricezione dei segnali luminosi che vengono poi trasformati in informazioni visive. Tutto ciò accade nell’arco di pochi giorni per cui, a differenza della forma secca, si passa repentinamente da una condizione di vista normale a una di handicap totale», spiega Bandelle. Le ripercussioni sulla qualità della vita sono molteplici. «Oltre a vederci meno e male rispetto a prima, la persona che ne è colpita fatica ad accertare questo dramma, tanto che il 30-40% di chi ha questa forma di degenerazione maculare è clinicamente depresso».

IMMAGINI DEFORMATE

Sebbene per la forma secca si abbiano lunghissimi tempi di evoluzione mentre per quella umida si manifestano fin da subito, i sintomi di questa patologia sono sostanzialmente due. «Innanzitutto si possono verificare fenomeni di distorsione dell’immagine, la cosiddetta metamorfopsia, per cui l’individuo nota un incurvamento di linee che in realtà sono rette», spiega l’oculi¬sta. «Le fughe delle piastrelle, la carreggiata della strada, la struttura dei palazzi, i pali della luce e gli stipiti delle porte, ad esempio, appaiono “storti” anziché dritti. Oltre a questa deformazione dell’immagine, chi ha la degenerazione maculare legata all’età può avvertire una macchia, detta scotoma, al centro del campo visivo, che può variare da semplice offuscamento a zona particolarmente scura». Quest’ombra è circolare, si sposta con i movimenti del capo e inficia pesantemente la visione centrale.

I TRE TEST PER LA DIAGNOSI

Fortunatamente l’oculista ha la possibilità di verificare, velocemente e in maniera non invasiva, i sintomi riportati dall’anziano, che possono coesistere o prevalere l’uno sull’altro. Per accertare la distorsione delle immagini e l’eventuale presenza di una macchia centrale lo specialista utilizza il test di Amsler, cioè una griglia composta da righe verticali e orizzontali poste su uno sfondo bianco con un punto nero al centro, che consente di capire se effettivamente è in atto una degenerazione a carico della ma¬cula. Tuttavia la diagnosi si completa con l’esame del fondo oculare e con la tomografia a coerenza ottica (OCT). «Si tratta di una tecnica diagnostica che, negli ultimi anni, ha rivoluzionato la pratica clinica oculisti¬ca perché in pochi secondi e senza alcun contatto diretto con l’occhio è in grado di scansionare la struttura retinica e di fornire moltissime informazioni sul suo stato di salute», afferma Bandello. Questo strumento, che utilizzando una luce laser «scatta» una serie di fotografie precise e dettagliate della retina, non necessita dell’instillazione del collirio midriatico, cioè quello deputato alla dilatazione della pupilla, ed è ben tollerato. Dagli esiti incrociati di questi tre importantissimi esami, lo specialista può riscontrare la presenza della patologia maculare e inquadrarne la forma. Comprendere la tipologia di degenerazione in atto è fondamentale in vista della terapia da intraprendere. «Purtroppo per quella secca, che è anche quella più diffusa, non disponiamo ancora di una cura, sebbene molti medicinali promettenti siano in fase di studio», spiega l’oculista. «In questi casi, l’unico trattamento di supporto è costituito dalla somministrazione degli integratori citati poco fa, che possono rallentare un po’ l’evoluzione della malattia».

LE INIEZIONI INTRAVITREALI

Per la forma umida, invece, c’è una terapia che ha dimostrato una reale efficacia. «Si tratta delle iniezioni intravitreali con farmaci antiangiogenici (anti-VEGF), cioè punture eseguite direttamente nell’occhio mediante l’utilizzo di aghi sottilissimi, che hanno lo scopo di inibire la formazione di vasi anomali all’interno della retina, responsabili della degenerazione maculare, e ripristinare l’impermeabilità della coroide», sottolinea lo specialista. Questo trattamento, nonostante sia benefico e utile, non è però risolutivo: non elimina definitivamente la patologia ma si prefigge l’obiettivo di preservare lo stato di salute della macula al momento della diagnosi e di migliorarne la funzionalità. Per questo motivo, prima ci si rivolge allo specialista e maggiori sono i risultati ottenuti dalla cura. «Le iniezioni, che accompagnano per tutta la vita l’individuo con la degenerazione maculare umida, vengono eseguite secondo protocolli diversi in base al farmaco scelto. Generalmente si inizia con un’iniezione al mese per 90 giorni consecutivi e poi si valuta di volta in volta con quale cadenza ripetere questa semplice operazione, praticata in regime ambulatoriale con anestesia topica», conclude Bandello.

 

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