Lanzarote l’Isola giardino salvata dall’arte

LANZAROTE L’ISOLA GIARDINO SALVATA DALL’ARTE

La più nordorientale delle Canarie celebra i cent’anni dalla nascita di Cèsar Manrique, il visionario artista che con i suoi interventi – dalle case ai giardini e ai ristoranti – ha trasformato l’aspro paesaggio vulcanico in un’opera d’arte. Tutelando la natura e anticipando la filosofia del turismo sostenibile
TESTI CLAUDIO AGOSTONI da Rivista Bell’Europa

Sinistra. Cave di roccia vulcanica a Lanzarote; Cèsar Manrique affacciato al Mirador del Rio.  Sotto. Il Jardin de Cactus, un perfetto esempio di intervento paesaggistico che ha meritato nel 2017 il prestigioso Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino.

 

Cento anni fa, nel 1919, ad Arrecife, la capitale di Lanzarote, nasceva l’architetto, pittore e scultore Cesar Manrique.
Oggi, come allora, di primo acchito Lanzarote è un disumano paesaggio vulcanico.
Manrique scrisse che “l’austerità è una grande pedagoga e Lanzarote è un’ottima insegnante”.

Effettivamente la sua è un’isola austera, ma i suoi abitanti hanno saputo realizzare un originale rapporto con una natura apparentemente ostile. Pietre nere, colate di lava solidificata, sterpaglie già morte alla nascita. E vulcani, ovunque.
Un paesaggio con pochi eguali al mondo, una bellezza frutto di un dramma, di un disastro che iniziò una notte del 1730: la terra si aprì e spuntò all’improvviso una montagna.

In sei anni di eruzione vulcanica un terzo dell’isola venne stravolto da lava, cenere, lapilli e crateri aperti improvvisamente nel terreno.
Al termine della fase eruttiva la fisionomia dell’isola era completamente diversa da quella fino ad allora conosciuta. È questa la Lanzarote che vediamo oggi.

E se non la troviamo deturpata dall’uomo, come purtroppo capita nel resto delle Canarie, bisogna dire grazie a Cèsar Manrique. Aveva abbandonato la sua isola prima per studiare a Madrid, poi per esporre le sue opere in mezzo mondo, ma quando, nel 1966, decise di tornare a Lanzarote dopo tre anni a New York, aveva un’idea ben precisa: usare l’isola come tela su cui plasmare le proprie idee artistiche e di difesa dell’ambiente.

Se Lanzarote era frutto del caos, lui a quel caos avrebbe dato un ordine. L’amore che provava per la sua terra e la sua travolgente personalità fecero il resto. Grazie all’appoggio delle istituzioni (all’epoca presidente del Cabildo isolano era José Ramìrez Cerdà, suo amico e amministratore illuminato), riuscì a far a promulgare una ferrea tutela ambientale dell’isola in cui gli interventi umani si armonizzassero coi paesaggi unici di questa terra.

Per me, era il uogo più bello de la Terra. E mi resi conto che, se fossero stati capaci di vederlo attraverso i mìei occhi, allora l’avrebbero pensata come me. Manrique

È grazie a lui che l’edilizia selvaggia degli anni del boom turistico si è tenuta lontana da Lanzarote. I contributi di Manrique vanno dall’imporre il bianco come unico colore per le costruzioni (rifacendosi alla tradizione delle antiche case intonacate a calce) a vari interventi spettacolari dove la sua incredibile capacità di integrare l’opera dell’uomo con l’ambiente ha dato vita a veri capolavori.

È il caso del Jardìn de Cactus, realizzato nel 1990 in una cava dismessa da cui si estraevano le ceneri vulcaniche utilizzate in agricoltura per conservare l’umidità notturna del terreno. È un’area terrazzata dove si coltivano oltre 4.500 esemplari di cactus perfettamente classificati. La genialità di Manrique è stata bypassare lo stereotipato concetto di cactus come pianta da decorazione d’interni, creando un vero e proprio anfiteatro, con tanto di cavea e gradinate, dove le piante sono protagoniste.

È una creazione a cui la Fondazione Benetton Studi Ricerche ha deciso di attribuire, nel 2017, il prestigioso Premio Internzionale Carlo Scarpa per il Giardino individuando nel Jardìn de Cactus una testimonianza esemplare di un fertile equilibrio tra natura e cultura.

L’arte si fonde con la natura

Unico è anche il Mirador del Rio, un belvedere con vista mozzafiato su Lanzarote, l’Oceano Atlantico e la piccola isola di La Graciosa. Piazzato a 475 metri di altezza, impressiona per la perfetta integrazione con le imponenti scogliere su cui troneggia.

Ma il capolavoro di Manrique è la sua casa di Tahiche. Ricavata all’interno di cinque bolle vulcaniche (cavità create dai gas intrappolati durante le eruzioni), fu abitata dall’artista fino al 1987: il modo in cui ha convertito le bolle vulcaniche in stanze e l’estro con cui le ha arredate dimostrano la genialità assoluta di Manrique.

È una sua creazione anche il logo con un malizioso diavoletto che delimita i confini del Parco Nazionale di Timanfaya, un paesaggio lunare formato da grigia roccia vulcanica e sabbia color rame. Qui la lava continua a ribollire sotto il terreno e nell’aria aleggia un costante sentore di zolfo.

A prima vista il Parco è un deserto privo di vita, invece è popolato da più di 180 specie di licheni, felci, piccole piante grasse e un’infinità di arbusti spinosi.
Anche le vigne a Lanzarote fanno i conti con questo territorio estremo: non a caso qui si produce il “vino dell’impossibile”. L’uva cresce in vigne basse, aderenti al terreno, circondate dagli zócos, muretti semicircolari in pietra lavica, che sembrano piccoli crateri.

Il picón, la nera cenere lavica, viene usato per mantenere l’umidità del terreno durante la notte ed evita che questa evapori durante il giorno. Una vita dura quella del contadino canario, a cui Manrique non poteva non dedicare un monumento nel cuore dell’isola.

Un’isola che oggi è arredata con giganteschi “giocattoli del vento” composti da forme geometriche – sfere, cerchi e piramidi – che ruotano mosse dal vento. Sono un omaggio ai mulini a vento che una volta erano un tratto distintivo di Lanzarote. È l’ennesimo contributo di Manrique a quella poesia intrinseca di Lanzarote che non è passata inosservata nemmeno al Premio Nobel José Saramago, che nel febbraio 1993 decise di dividere la sua vita fra la residenza di Lisbona e l’isola canaria.

Nei Quaderni di Lanzarote (Einaudi) scrisse: “II piacere profondo, ineffabile, che è camminare in questi campi deserti e spazzati dal vento, risalire un pendio difficile e guardare dall’alto il paesaggio nero, scorticato, togliersi la camicia per sentire direttamente sulla pelle l’agitarsi furioso dell’aria, e poi capire che non si può fare nient’altro, l’erba secca, rasente al suolo, freme, le nuvole sfiorano per un attimo le cime dei monti e si allontanano verso il mare, e lo spirito entra in una specie di trance, cresce, si dilata, manca poco che scoppi di felicità. Che altro resta, allora, se non piangere?”. Manrique sarebbe senz’altro stato d’accordo.

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