Oman Al-Hallanlyah l’Isola del Tesoro

Al-Hallanlyah

l’Isola del Tesoro

Un piccolo arcipelago, un antico corsaro portoghese, una nave affondata: dopo cinque secoli finalmente svelata la storia della “Esmeralda “

di Elena Del  Savio foto di David Mearns  Rivista MERIDIANI

Delle isole che fronteggiano le coste deU’Oman, quelle dell’arcipelago Khuriya Muriya sono le meno conosciute. Sono cinque, si trovano all’estremità sud-occidentale del Paese e la più grande (e unica) abitata, al-Hallaniyah, ha una superficie di 55 chilometri quadrati, appena un quarto dell’isola d’Elba.

Anche se si trovano a soli 40 chilometri dalla costa, le Khuriya Muriya sono molto appartate e, mancando di collegamenti regolari e strutture ricettive, non sono ancora pronte per il turismo. L’unico mezzo per raggiungerle sono piccoli cabinati, in crociere durante le quali si possono ammirare i fondali corallini o osservare le megattere. Che qui, grazie al nutrimento che il khareef (cioè i monsoni meridionali) spinge dalle profondità dell’oceano, riescono a vivere tutto l’anno senza dover emigrare in cerca di cibo.

Da qualche tempo però queste isole, e in particolare al-Hallaniyah, sono uscite dal proprio isolamento, a cause degli esiti di un evento drammatico avvenuto, sì, oltre mezzo millennio fa, ma confermato da una sensazionale scoperta archeologica da poco resa nota al grande pubblico.

Ma bisogna tornare al 1488. Cristoforo Colombo non ha ancora scoperto le Americhe, e mentre per conto della corona di Spagna si appresta a raggiungere le Indie “buscando el levante por el poniente”, Bartholomeu Dias in nome del re del Portogallo cerca invece ad aprire la via opposta, e doppiato il capo di Buona Speranza si avventura, primo europeo, nelle acque dell’oceano Indiano.

Imprevisti a parte (e se non fosse stato costretto a tornare indietro a causa del rifiuto dell’equipaggio ad affrontare l’ignoto) in India sarebbe sicuramente arrivato. Cinque anni più tardi sarà invece Colombo, con il suo primo viaggio attraverso l’Atlantico, ad aprire quella età d’oro delle esplorazioni che fra il XV e il XVI secolo ampliò gli orizzonti del mondo, mentre i portoghesi dovettero aspettare altri dieci anni dall’impresa abortita di Dias, per arrivare in India.

Questa volta con Vasco da Gama, che nel primo dei suoi due viaggi, nel 1498, raggiunse Calicut sulla costa del Malabar, oggi lo Stato indiano del Kerala.
Esattamente cinque secoli dopo, nel 1998, quando all’Expo di Lisbona si celebravano i 500 anni dal primo arrivo in India, una equipe di ricercatori ha individuato a pochi metri di profondità nella baia di al-Hallaniyah il più antico relitto mai scoperto di quell’età d’oro delle esplorazioni. Lo scorso marzo la rivista National Geographic Magazine ha pubblicato l’esito di tre anni di indagini e ricerche, svolte dal 2012 al 2015: e sulla base anche di documenti storici si è potuto dare con ragionevole sicurezza un nome a quel vascello. E la Esmeralda è riaffiorata con la sua storia straordinaria.

La vicenda risale infatti alla seconda spedizione di Vasco da Gama, quella del 1502-1503, la più ambiziosa partita dalle coste portoghesi durante il regno di Dom Manuel I. Marmada, che contava ben 20 navigli, comprendeva una squadra capitanata da Vicente Sodré, zio di Vasco, con il compito di pattugliare le coste al largo dell’India sudoccidentale e proteggere gli scali commerciali appena fondati nel Malabar.

Sodré, comandante della Esmeralda, era un personaggio di peso: tanto che avrebbe dovuto assumere la guida della spedizione se fosse capitato qualcosa al più illustre nipote. Accadde però che durante l’assenza di da Gama, tornato in Portogallo con la gran parte della flotta all’inizio del 1503, Sodré decise di darsi alla pirateria. Insieme con il fratello Bràs, al comando di un altro dei vascelli di pattuglia, raggiunse il golfo di Aden e cominciò a saccheggiare i velieri dei mercanti arabi, sterminandone gli equipaggi e affondandoli.

Dopo di che portò le proprie navi nelle Khuriya Muriya, e per metterle al riparo dai temibili monsoni gettò l’ancora proprio nella baia a nord-est di al-Hallaniyah. Purtroppo, la tempesta fatale arrivò esattamente da quella parte. Le raffiche di vento e le ondate strapparono gli ormeggi, scaraventando le imbarcazioni dei due fratelli sugli scogli: Bràs riuscì a salvarsi, Vicente si perdette sul fondo, con tutti i suoi uomini e quanto la nave conteneva.

# Due campane rinvenute sui fondali di al-Hallaniyah: quella a destra è datata 1498, anno di costruzione della “Esmeralda”.
# due immagini dei lavori di identificazione e recupero dei resti della “Esmeralda” da parte dei tecnici della Blue Water Recoveries, compagnia inglese specializzata in questo tipo di interventi. L’impresa si è svolta in quattro fasi: nel 1998 (due mesi e mezzo), nel 2013, nel 2014 e nel 2015.
# Le due facce di un cruzado portoghese in oro, battuto a partire dal 1495.
# un disco di rame (forse parte di un astrolabio)
# un rarissimo indio portoghese in argento: ne esistono solo due al mondo.
# Immagini della baia di Gubbat as-Rahib, sul versante orientale dell’isola (dove oggi esistono centrale elettrica, impianto di desalinizzazione, e uno stabilimento per la lavorazione del pesce).
# Una singolare moneta commemorativa dello sbarco in India di Vasco da Gama: 5 dollari, argento 999,
è battuta dall’isola neozelandese di Niue.
# Vasco da Gama in un ritratto ottocentesco di Antonio Manuel da Fonseca.
# Un incontro fa sub e megattere ad al-Hallaniyah
# La baia di Gubbat as-Rahib, dove è stato identificato il relitto Nel disegno accanto al titolo, l’esploratore Vosco da Gama (1469-1524).

Le ricerche, condotte dalla società inglese di recuperi marini Blue Water Recoveries e con il sostegno tecnico e logistico del governo dell’Oman, hanno portato al ritrovamento di 2.700 reperti. Ci sono palle da cannone di pietra con le iniziali VS (con tutta probabilità quelle di Vicente Sodré), cartucce in lega di rame per la polvere da sparo, parti metalliche di archibugi, vaghi (cioè anelli) di collana indiani in agata bianca e screziata cornalina, monete d’oro e d’argento. E la campana di bordo in bronzo, che sulla parte superiore reca l’iscrizione M498: dove il 1498, scritto in questa forma, probabilmente era l’anno del varo della nave.

Ma i pezzi più preziosi, davvero eccezionali, sono due. Il primo è un disco di lega di rame, forse parte di un astrolabio, con lo stemma reale portoghese e la riproduzione di una sfera armillare, emblema personale di Dom Manuel I e da allora un simbolo nazionale, che compare anche sulla bandiera.

Il secondo è un indio d’argento, coniato dal 1499 per gli scambi con l’India e sostituito dopo il 1504 con il tostao. Un pezzo tanto raro e prezioso da essere quasi leggendario, una moneta fantasma. Prima di quello scoperto in Oman ne esisteva uno solo al mondo, nel Museo storico nazionale brasiliano a Rio de Janeiro. La data impressa, il 1499, e l’assenza di tostao fra le monete rinvenute, aiutano a confermare la datazione del naufragio e quindi a rafforzare l’identificazione del relitto.

L’affondamento della Esmeralda dovette colpire molto l’immaginazione dei contemporanei. Un disegno nel Livro das Armadas, resoconto anonimo illustrato delle spedizioni partite dal Portogallo per l’India fra il 1479 e il 1556 (e scritto quindi a oltre cinquant’anni dai fatti), raffigura drammaticamente il naufragio specificando, sotto la sagoma del vascello identificato come Esmeralda, che “Vicente Sodré com temporal se perdeo en Curia Muria”. Ciò non indusse comunque i portoghesi a disertare queste coste. E nel 1507 il duca Alfonso de Albuquerque attaccò e conquistò Muscat, assicurandone il possesso per quasi 150 anni ai sovrani lusitani.

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