Artigianato Italiano Storia e oggetti artistici

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INTRODUZIONE

Artigianato in Italia
L’artigianato tradizionale, gli usi, le leggende, le ricorrenze, le feste, i costumi, i dialetti sono il patrimonio culturale di una Nazione, e l’Italia con le sue regioni esprime un alto valore di eccellenze e unicità incomparabili. in EdicolaWalpi.it

La storia delle attività costruttive dell’uomo ha inizio nel periodo paleolitico o età della pietra, quando la fabbricazione delle prime armi e dei primi utensili con selci, ossa, scaglie o ciottoli, comportò fin da quella notte dei tempi, una certa qualificazione. Trapassando a un embrione di intuizione artistica attraverso chissà quale corso di tempo, si arrivò alla modellazione di immagini rituali o magiche: statuette, bassorilievi, graffiti e dipinti, che pur prefigurando uno svolgimento futuro della forma, parallelo al processo di sviluppo del pensiero, può venir considerato una prima manifestazione di capacità creative, ancorché a fine utilitario.

Con l’inizio delle attività agricole e con le prime organizzazioni sociali, circa 4000 anni or sono, nasce e prende carattere un artigianato primitivo che si applica alla fabbricazione di arnesi, recipienti e altre suppellettili. Ha inizio in quel tempo la lavorazione della ceramica, la quale da luogo al formarsi di una vera e propria specializzazione.

Con l’età dei metalli, rame, bronzo e ferro, nascono tecniche di fusione, di forgiatura e di modellazione che richiedono accorgimenti tali da far sorgere una categorìa artigiana ben definita e caratterizzata, vale a dire un complesso di lavoratori indipendenti, difesi dalla loro stessa peculiare e insostituibile abilità, con officina-bottega propria e proprie attrezzature. L’officina di Vulcano, nella quale può venir fabbricato lo scudo di un eroe, è la prima sublimazione o mitizzazione dell’attività artigianale.

Millenni di operosità, d’ingegnosità manuale e di accorgimenti tecnici, portano l’umanità dalla preistoria alla storia, cioè alle formazioni statali e all’inizio di un corso civile, documentato dalle arti e dalle lettere.
Armi, stoffe, ceramiche, mobili, oggetti di lusso, profumeria, costruzioni navali, edilizia e attività affini, richiedono sempre più una qualificazione che diventa di per sé un vero capitale e determina la formazione di imprese personali che confluiscono in organismi corporativi, quali si ebbero in Grecia nell’età ellenistica e a Roma nell’età imperiale.

Divenuto struttura economica che si affianca all’attività commerciale, l’artigianato si sviluppa rigogliosamente anche nel corso del Medioevo, nonostante il disordine sociale e politico determinato dalle grandi invasioni e dal prevalere del mondo agricolo sul mondo cittadino. Rappresenta, in un’economia sostenuta dal lavoro servile, l’unica forma di lavoro libero.

Dopo il Mille, con la ripresa economica della città e quindi con le esigenze della vita cittadina, l’artigianato conosce un nuovo fervore e una moltiplicazione delle sue specialità, che giungono talvolta a configurarsi come vera e propria attività industriale. Gli armaioli lombardi, i drappieri padovani e le lavorazioni organizzate di manufatti in altri centri non solo italiani, hanno spesso carattere preindustriale anche per la necessità di capitale liquido che comportano.

La produzione in serie che ne deriva, comincia a differenziarsi dal vero e proprio prodotto artigiano, il quale prende più che mai una sua precisa fisionomia, destinata a resistere nel tempo e a costituirsi con connotazioni proprie, dentro l’attività produttiva d’ogni epoca e fino ai giorni nostri.

La rivoluzione culturale ed economica del XIV secolo, che segue e supera il lungo autunno del Medioevo, trova l’artigianato, specialmente in Italia, in uno stadio di grande sviluppo. Si moltiplicano le «botteghe», si diversificano i generi, si eleva la qualità del prodotto. Il volume d’affari che l’impresa artigiana raggiunge, la impone come voce primaria della bilancia economica nelle Signorie e nelle repubbliche italiane, accanto alla attività mercantile e finanziaria che fiorisce specialmente in Toscana.

Né guerre né epidemie interrompono le sue attività, che sono legate al passato e all’avvenire dalla invariabilità dei suoi strumenti di lavoro, dalla trasmissione di padre in figlio e da maestro ad allievo dei segreti di mestiere, nonché dalla insostituibilità delle sue creazioni, che vanno dall’orologeria alla gioiellerìa, dalla costruzione delle armi da offesa e da difesa alla sartorìa, alla carrozzeria, alla ceramica, alla vetrerìa, alla mascalcìa, alla liuteria e alla tessitura, coprendo tutto l’arco delle attività produttive e divenendo, da ornamento della vita, sussidio dello sviluppo economico e strumento di un benessere legato alle esigenze di un mondo civile che si avvicina all’epoca rinascimentale ormai svincolato dalla concezione teocentrica del mondo e lanciato, attraverso le ultime remore seicentesche, all’avventura tecnica ed esistenziale dell’epoca moderna, dentro la quale l’artigianato vive ancora, quasi anima eterna e testimonianza incancellabile dell’homo faber e del suo destino di conoscenza e di conquista.

La straordinaria epopea che l’immensa fioritura artigianale ha rappresentato nei secoli, può venire spiegata solo con l’identificazione del termine «artigianato» con quello puro e semplice di «lavoro», giacché il grande scenario è il mondo preindustriale, quando ogni attività produttiva si basava sul lavoro individuale e non vi era una sostanziale differenza tra l’artigianato che oggi chiameremmo artistico e le altre attività produttive.

Netta sua «Storia della tecnica», Friedrich Klemm fa un elenco delle attività artigianali del Medioevo: calzolai, sarti, fornai, coltellinai, macellai, cuoiai, pellicciai, ciabattini, conciapelle, bottai, tintori, ottonai, cinturai, stagnai, lettoniari, mantellinai, lanaiuoli, magnani, specchiai, vetrai, fabbricanti di aghi e fili metallici, maniscalchi, valigiai, fabbricanti di guanti in ferro, carradori, cappellai, pescatori, speronavi, fabbricanti di staffe, fabbricanti d’utensili, cambiavalute, sellai, orefici, carpentieri, fabbricanti di recipienti metallici, fabbricanti di vasi metallici, corazzai, tessitori di nastri, guantai, borsai, vasai, stipettai, cimatori, cordai, laminatori, bottonai, arrotini, scalpellini, calderai, lamaioli, spadari, fabbri di elmi, chiodaiuoli, padellai, fabbri di maglie d’acciaio.

D’Annunzio, che aveva sempre pensato ali’artigianato come a un tratto di nobiltà tecnica caratteristica della gente italica, nella primavera del 1934 progettò la costruzione di una serie di botteghe artigiane al Vittoriale. Cominciò col dare ospitalità a un’artigiana dell’amore, Antonietta Cesa, che era anche una «squisita artista del cuoio». La ribattezzò col nome di Caretta, dopo essersi autonominato sarcasticamente Cario Vacchino, e si lanciò nella valorizzazione di ogni sorta di artigianato.

Da anni faceva lavorare al Vittoriale lo scultore Renato Buozzi, l’argentiere veronese Quintarelli e il tessitore Giuseppe Lillà. L’argentiere Buccellati, che aveva chiamato Maestro Paragon Coppella, lavorava da anni per il Poeta, accontentando la sua passione per l’oggetto artistico prevalentemente simbolico, di un gusto inevitabilmente liberty.
Nel Vittoriale D’Annunzio riuscì perfino a far montare una piccola tipografia e ad improvvisarsi stampatore a mano, così come si era fatto passare per modellatore di cuoi e di metalli, per dipintore di stoffe e arredatore. «Sono — aveva detto al tappezziere Luigi Monetti — il principe dei tappezzieri».

La manìa artigiana di D’Annunzio lo aveva spinto, fin dal 1907, a farsi passare per profumiere. Aveva perfino tentato di mettere in commercio un prodotto di sua invenzione, I’«Acqua Nunzia», che faceva distillare da un garzone di farmacia.
La sua predilezione per l’opera del singolo artefice è un segno, alle soglie del Novecento, della vitalità d’una tradizione destinata a rinnovarsi di epoca in epoca e anche oggi, in tempo di elettronica e di prodotti in serie, ancora fiorentissima. Ma è anche l’indicazione preziosa del carattere quasi sacro dell’attività creativa a fine utilitario, anch’essa, come l’arte, «fatica senza fatica».

Il peso dell’artigianato nell’economia italiana è sull’onda dei “2.500 miliardi”, somma netta quale è stata valutata l’esportazione dei suoi prodotti nel 1978, ma la cifra è in aumento con l’estendersi per esempio dell’attività squisitamente artigiana del restauro, che va dai mobili e dai quadri ai paramenti liturgici di valore artistico, a quello dei codici miniati e dei libri antichi.

A Valenza dove fin dalla remota antichità è attiva l’oreficeria, si lavorano oggi tonnellate d’oro e argento. Una nuova generazione di gioiellieri ricchi di inventiva, rinnova in varie parti d’Italia un antico primato, che trova nel nome e nell’epoca di Benvenuto Cellini il suo esempio più illustre.

Gli stilisti italiani, che ripetono nella luce della più smagliante pubblicità l’oscura vicenda artigianale dei sarti rinascimentali, esportano modelli e confezioni di altissimo livello, seguiti dall’artigianato calzaturiero e da quello della pelletterìa.
Come nei secoli passati, l’attività artigiana non solo rappresenta un aspetto importante della produzione e quindi della bilancia commerciale, ma costituisce un fatto di gusto e quindi di cultura, definendo nella forma degli oggetti, degli indumenti e degli ornamenti, i nuovi aspetti del costume e il tono stesso della vita.

L’oggetto fabbricato dalla mano dell’uomo, il pezzo unico, si fa tuttavia sempre più raro. Perfino l’opera dell’artista, col multiplo e con la ripetizione meccanica che prevale nella grafica, tende alla serie, essendo ridotta l’originalità alla sola firma autografa dell’artista su ogni esemplare.

La perfetta purezza formale perseguita dagli artigiani del Rinascimento fino al Settecento e al secolo scorso, tanto vicina agli ideali dei massimi pittori e scultori, non ha più il conforto di alti modelli artistici.
L’artigianato si è svincolato dalle arti maggiori e non è più praticato, come nei secoli d’oro, dagli artisti in fase di apprendistato.

Tende a costituirsi come attività a sé stante, fornendo oggetti di largo uso, non più per papi, principi, imperatori e cardinali, ma per quella classe media di consumatori che ha ormai unificato il gusto da una parte all’altra della Terra e fatto simile la bottega di moda o di oreficeria da Roma a Parigi, a Londra, a New York, a Tokio e quanto prima a Pechino e a Mosca, secondando una livellazione delle idee e dei metodi di vita dalla quale emerge più che l’arte, anch’essa unificata, ancora e sempre l’artigianato, espressione della genialità dell’uomo nella creazione degli oggetti che lo seguono giorno per giorno nella vita e che rappresentano l’estrinsecazione di un meccanismo mentale nel quale è riconoscibile e recuperabile l’uomo antico, il fabbricatore dei propri strumenti di lavoro e delle minime delizie della sua vita pubblica e privata.

Arte minore, decorativa, suntuaria, applicata, o qualsivoglia altra definizione si possa dare dell’artigianato, si tratta sempre di una parte cospicua dell’attività umana, alla quale si è affidata da epoche immemorabili la comodità e la bellezza del vivere.
PIERO CHIARA

ABBIGLIAMENTO

Ripensiamo alle nostre «divise»
I giovani – dice un famosissimo sarto – non ” vogliono più imparare il mestiere. Eppure l’abito è cosa fondamentale per l’uomo». È vero, un bel vestito, calzante a dovere, dona una invidiabile carica di sicurezza e di ottimismo. Perché l’abito può tanto? Forse perché tende a far tutt’uno coll’individuo, a dargli forma e carattere.

Nei secoli, l’abbigliamento in senso lato, che comprende anche ornamenti e accessori, è sempre servito per la precisa caratterizzazione di ogni classe sociale. Anzi, è curioso notare che storicamente l’accessorio precede il vestito propriamente detto, quasi che preoccupazione principale dell’uomo fosse quella di soddisfare all’estetica.

E forse l’abito stesso è nato per un bisogno estetico, perché altre giustificazioni, quali il riparo dalle intemperie, il pudore o altro, non convincono abbastanza. I fueghini, infatti, in clima gelido, si coprono appena con una pelle, che spostano sull’epidermide a seconda della direzione del vento, e per contro molti popoli africani si vestono pesantemente.

Riguardo al pudore, pare proprio che sia una conseguenza del vestito, anziché causa del suo apparire. Si potrebbe anche ipotizzare che tutto sia nato da un moto di invidia, osservando la colorata eleganza dei vestiti naturali degli animali, via via imitati da sempre più perfezionati intrecci di fibre vegetali.

Passo passo, dunque, fino alle seriche vesti, ai velluti splendenti di cangianti colori. Un’epopea che doveva rivelarsi meravigliosa: le stoffe, le fogge semplici o fastose, i merletti e le trame d’oro e d’argento con cui nel tempo clero, nobiltà, caste militari, borghesia, contadini, operai si sono vestiti, rivivono oggi, oltre che nei caroselli storici, nel guizzare delle linee e delle mode, non soltanto femminili.
Come ci informano, però, adesso mancano i tagliatori, e il robot dalla forbice a laser è già in agguato.
L’abbigliamento è stata la nostra rivolta contro la natura che ci ha fatto così implumi, nudi, indifesi. Una vittoria della quale non dobbiamo perdere il frutto.

ARREDAMENTO

II facitore d’ambiente

Arredamento: parola che non definisce una sola arte, ma tutte quelle che concorrono, in stretta armonia, ad abbellire l’ambiente. Dopo i fasti dell’antichità, gli splendori veneziani settecenteschi, il ritorno del neoclassico, il liberty, il moderno, cosa è rimasto tra le mura in mezzo alle quali ci muoviamo? Nessuna di queste cose, e tutte quante insieme.

Mille oggetti, mille forme, mille strutture – arredamento è anche architettura – di ispirazione più o meno felice, di esecuzione più o meno perfetta, ma sempre, o quasi, sulla scia di precostituiti canoni.
Sembra la dimostrazione che non si può creare nulla di nuovo infischiandosene delle regole tradizionali.

Il grande pericolo, in questo stallo, è la discesa sulla facile china del piatto utilitarismo. E l’artigiano, che trae forza dalla sua libertà, è l’ideale interposizione tra il bello eterno e il commercialismo contingente. È un contatto che sprigiona scintille, tante scintille, che non di rado attizzano anche fuochi spenti o quasi.
Ecco l’artigianato rustico, manifestazione schietta di costume e folclore popolare. Sono modelli marinari, montani, contadini, oggi affioranti dall’oscuro passato, grande riserva d’ancestrale fantastico estro, genio procreatore di filiazione robusta.

Nessuna meraviglia se il merletto di sempre si posa sul moderno tavolo d’acciaio, se una tromba splendente e muta diventerà una lampada posata su piedistallo intarsiato d’argento e onice. Oggi, in questa direzione, l’orizzonte artigianale appare chiaro e la via intrapresa è quella giusta. Saporito, leggero, poetico contorno saranno gli oggetti coordinati nei toni e nei decori, farfalle dai colori impossibili, bambole evanescenti, oggetti-simbolo. Poi le luci stesse, sapientemente dirette e dosate, anche i silenzi e i vuoti, funzionanti e parlanti.

ARTI GRAFICHE

Odor di stampa da mezzo millennio
Non è esagerato dire che la nascita della grafica coincide con quella dell’arte, anche se poi quest’ultima ha assunto aspetti e dimensioni diverse:
è precisamente il momento in cui l’uomo preistorico, affascinato dalla natura che lo circonda, cerca di immortalarne alcuni aspetti, appunto «graffiando» le domestiche pareti delle grotte.

Sarà quel primo segno a trasformarsi, gradatamente, in ideogrammi e in lettere. E il preambolo del grande romanzo della stampa, che affonda le radici nei millenni e nei misteri. Un’arte tenuta segreta, limitata alle necessità di pochi adepti ammessi alle biblioteche di corte, raccolte di tavolette di argilla impresse e poi cotte. Ma il principio della stampa già vive.
Se l’impressione xilografica data da millenni e gli stessi caratteri mobili sono già nati, in oriente, attorno al Mille, la scoperta di Gutemberg sarà solo un perfezionamento, una coincidenza felice che apre alla stampa le vie di una illimitata diffusione.

Dal 1449 milioni di «titoli» hanno visto la luce, più di mezzo millennio è passato, e l’arte della stampa ha compiuto il suo vero prodigio: non è invecchiata. Dopo 535 anni esiste ancora, pur avendo rinnovato le sue tecniche. Gli stampatori a mano sono in numero assai ridotto, e innamorati del loro mestiere, ma sanno di far parte di un’aristocrazia artigiana che non può sparire.

Nessun nuovo tipo di stampa in cui la tecnica negli ultimi tempi si è sbizzarrita, può donare al vero intenditore il godimento estetico offerto dal segno netto e pulito di un carattere impresso a torchio su carta a mano morbida e robusta, piacevole anche al tatto. Il tutto inquadrato nell’architettura della pagina, disegnata secondo i particolari canoni delle proporzioni perfette, già espressi da Leonardo. Pochi gli adepti? Certamente, come alle origini.

CERAMICA, VETRO E AFFINI

Goccio e vetro, figli del fuoco
Il vasaio ha scritto la sua storia forgiando terra madre, ha lavorato nei secoli e come allora lavora nella quieta penombra domestica, spesso in una bottega millenaria. Con movimenti lenti e misurati prende il pezzo d’argilla e lo pone sul tornio, lo stesso spinto dai garretti dei suoi avi, lo plasma, lo gonfia, vi incide cerchi e ne allarga la bocca, vi attacca infine i manici.

Creatura nuova ogni volta ma sempre obbediente alle sue funzioni diverse, pronta per la violenza primordiale del fuoco che non fonde e non muta ma conserva, pronta per la sua vestizione candida, assetata-di amoroso decoro. Così di regione in regione, di bottega in bottega rivivono, nelle forme più antiche, le grandi tradizioni. Legate alla lavorazione dei campi, dei fiori, perfino ai giochi dei bambini.

Il vetraio ha avuto invece un giorno, dal ciclo, il proprio dono. Folgore su sabbia, probabilmente, e pochi primi grumi, ma bellissimi e nuovi per trasparenza e colore. Dalla pasta vetrosa decorativa alle prime fantasie di pasta fusa su vasi di onice e alabastro il passo è breve, e dal primo vetro soffiato ecco erompere la magia delle forme. Anfore e coppe, orci e bottigliette, e poi, le bighe ancora corrono sui sassi romani, ricchissime cascate di frutta, teste umane, animali, coppe con scene di lotta e di caccia.

Una magnificenza che poi si polverizza e si perde, ma che dopo secoli riemerge e riesplode a Venezia. Qui il vetro si mescola con l’oro ed i colori delle stoffe d’Oriente, abbraccia maiolica e argenteria, adottandone via via le forme, imprigiona e tinge i raggi del sole prorompenti negli abissi delle cattedrali, celebra la sua apoteosi nella grande vetrata, cui si adegua perfino la linea architettonica del tempio. Contenitore perfetto, la bottiglia un giorno abbraccia e sposa il vino. Si fa bella di bianche fibre, muta forma e colore.

OREFICERIA E GIOIELLERIA

Fedeltà e sicurezza nella gioia
Il gioiello è realizzato non per creare ricchezza ma per donare gioia: ecco la sua vera etimologia. Anche se, sotto questo aspetto, ogni cosa può rappresentare un gioiello, come insegna Cornelia, la madre dei Gracchi. Gioiello in realtà è qualsiasi oggetto prezioso creato dall’uomo, sia anello, collare, bracciale o altro, la cui preziosità e rarità, peraltro, può essere dissociata dal valore intrinseco, riferendosi esclusivamente all’apporto artigianale artistico. Esempi tipici, cammei e miniature. Ecco la ragione per cui questo filone di puro artigianato è inestinguibile ed esisterà finché vi sarà vita in terra.

Vero antidoto contro l’avanzata meccanicistica, l’arte orafa moderna deve essere anche surrogata da una solida base culturale o per lo meno da una ricca documentazione sulle opere del passato, utile per lo sviluppo della fantasia creativa.
Supporto ideale, dunque, oltre che di puro valore estetico.
Gli ori del Perù narrano una storia che si svolge nell’arco di 25 secoli, e così i gioielli dei Faraoni, le loro ciotole d’argento e gli stupendi collari di linea essenziale.

Il gioiello nasce sulla carta e spesso è il cliente a suggerirne le forme, che corrono su una falsariga naturale: fiori, uccelli e catene sono infatti i principali cardini su cui ruota la fantasia dei disegnatori, un simbolismo in fondo legato strettamente allo svolgersi della vita, anche perché si associa, spesso, con un altro altrettanto preciso, quello delle pietre dure, preziose e semipreziose: diamante, zaffiro, opale, acquamarina, hanno un significato che va al di là del puro gusto ornamentale.

Sulle ascisse e ordinate del gusto vertono oggi due fattori: una genialità inventiva sempre più ricca di spunti e la giusta apertura ad una più vasta possibilità del singolo, come appunto proclama l’eleganza tutta nuova del semiprezioso e la moda del microgioiello ultimo nato. Il punto di sicuro incontro è la novità dell’odierno artigianato orafo.

LEGNO

L’amico numero uno
<< Legno» in gergo marinaro sta ad indicare una cosa ben precisa. Senza ombra di dubbio, infatti, fu un pezzo di legno il primo battello dell’uomo, e di legno fino allo scorso secolo furono le navi.
Unica materia già vivente e naturalmente non corruttibile se non attaccata da agenti esterni, duttile, caldo, leggero, il legno si presta ad una infinità di impieghi.

Oltre ad inesauribile riserva di combustibile per la cottura dei cibi e dell’argilla da vasellame, il legno si è prestato, fin dagli inizi, per l’esercitazione artistica.
Scultura e arredamento: sono ancora adesso questi i due poli – ma spesso uno compenetra l’altro – attorno a cui l’artigianato artistico del legno si manifesta.

Qui è l’artigiano intagliatore il personaggio chiave, ma gioca anche la sapienza antica dei legnaioli, che nel tardo autunno tagliano i tronchi necessari. L’acero montano è tra i preferiti, ma è adatto anche il cipresso e il pino cembro (cirmolo).
Il prezioso materiale non deve presentare né nodi, né inclusioni, né alterazioni di colore, e richiede, prima dell’inizio della lavorazione, parecchi mesi di essiccazione naturale all’aria.

Il momento della creazione inizia dopo la sgrossatura, quando, con grande sicurezza di mestiere, l’intagliatore attacca il legno. Non è diversa, se non per la più varia scelta del legno, la nascita del mobile, che spesso, in passato, per ricchezza d’intaglio, è scultura esso stesso e diventa, in molti casi, funzionale e ornamentale architettura, inserendosi negli spazi abitativi e valorizzandone le stesse caratteristiche strutturali, talvolta definendole nella loro totalità con «boiseries» che coprono interi ambienti.

Anche oggi, pur su piani diversi, le molteplici destinazioni di un ambiente possono suggerire al mobiliere particolari possibilità creative, e non di rado elementi tipici dell’arredamento antico, come il classico cassone, riaffiorano. Così, mentre il valore del mobile d’antiquariato tocca le stelle, l’artigiano che obbedisce alle sue linee non è plagiatore ma continuatore di uno stile e di un gusto che tende a sganciarsi dalle epoche per rivolgersi con nuovo linguaggio, in una sorta di educazione estetica, alle nuove generazioni.

METALLI

Compagno di viaggio generoso
Illustri scienziati hanno ipotizzato una origine non terrestre della vita. Da sempre in viaggio nello spazio a cavallo di particelle o spore, avrebbe qui fatto sosta non appena trovato un terreno fertile per risolvere «memorie» recepite nell’infinito tempo. Solo così si spiegherebbero le sue innumerevoli e complesse forme e la perfezione raggiunta dagli esseri viventi, sproporzionata, si dice, alla pur lunga vita del pianeta.
Ipotesi tutta da verificare, ma affascinante. Se le cose stanno così dovremo riconoscere nel ferro il nostro primo compagno di viaggio.
«Sidera» vennero infatti chiamati i primi frammenti puri del metallo, giunti appunto dalle stelle.

Compagno di viaggio generoso: anche se la prima sua brutale utilizzazione è stata quella delle armi e l’istituzione di una vera civiltà di guerra. Il ferro, per la sua tenacia e malleabilità ha dato fin dalle origini innumerevoli servigi all’uomo. L’arte fabbrile che ne è nata ha avuto la sua prima grande incarnazione estetica con la comparsa delle grandi cancellate in ferro battuto ed ha toccato il suo apice nel periodo barocco.

In questa e nell’infinito numero delle altre sue realizzazioni artistiche, ha dimostrato di vincere la sfida del tempo e delle avversità, come l’eclisse ottocentesca accentuata dal diffondersi di oggetti decorativi in ghisa.
Le classiche fucine di antico stampo, fulcro di puro artigianato, esistono ancora. E quando l’oggetto, nel suo rosso irreale, va formandosi sotto i colpi del martello o nei sapienti movimenti di torsione e vibra sotto le mani dell’artefice, questi è appagato come avviene da sempre: sa che il suo piccolo miracolo di creazione resterà nel tempo. Ma se l’esito palpabile della fatica fisica è quello che soddisfa il fabbro, è la stessa fatica a causare il fenomeno della attuale recessione, non abbastanza controbilanciato dalle nuove iniziative.

Chi entra oggi nelle vecchie fucine cariche di poesia, vede in genere solo persone anziane al lavoro: è finita, sembra, l’epoca del tradizionale apprendistato, che si iniziava col primo colpo sull’incudine e seguitava, finché quel suono non fosse divenuto armonia. Se il vecchio fabbro scuote la testa, è per l’amarezza di aver perduto il ruolo più importante, quello del maestro.

PELLETTERIA E CUOIO

Per la pelle amici
L’odore della pelle, forse atavico ricordo della preda, ci attira sempre. Circondati dalla similpelle, spesso abbiamo annusato un manufatto, per compiere un controllo. La pelle fu, di certo, anche il nostro primo vestimento.
L’uso, adottato fin dai primordi della civiltà, si rispecchia, d’altronde, nell’attribuzione di vesti di pelle ad eroi e divinità: Èrcole è ricoperto dalla pelle del Icone, Dioniso da quella del cerbiatto, mentre lo scudo prodigioso di Giove e di Atena è fatto di pelle caprina. Non solamente le vesti erano di pelle nell’antichità, gli usi erano vari, a volte sorprendenti: coll’espressione «sub pellibus», ad esempio, si usava indicare il servizio militare, poiché le tende appunto di quel materiale erano fatte, un uso giunto quasi fino ai nostri giorni nelle tribù indiane d’America.

Odore di casa come odore di pelle. Non si era, però, che agli inizi: la stagione della pelle, nei secoli, è stata di una fioritura incredibilmente ricca, e calcolare i servigi da questa offerti all’uomo è praticamente impossibile. Calzature, selleria, accessori di ogni genere, legatoria, senza contare l’importanza dalla pelle assunta nel campo dell’abbigliamento. Iniziatore, forse, Carlo Magno, che usava, nelle solennità, vesti foderate di ermellino.

Nei secoli seguenti fu necessario, addirittura, emanare leggi limitative all’uso maschile e femminile della pelliccia. Per quasi 400 anni, dall’XI al XV secolo, infatti, il classico pelliccione unisex, oggi diremmo, rappresentò la veste più usata e più importante.
Oggi le signore, in questo campo, hanno avuto la meglio. Riguardo ai prodotti classici, rilegatoria e accessori, è bello constatare che i centri odierni di produzione artigianale corrispondono geograficamente ai tradizionali, già ben storicamente localizzati fin dal XVI secolo. Quanto all’ultimo arrivato tra i capi della pelletteria classica, la borsa per signora, non suoni offesa la sua diretta ascendenza: la bisaccia in cuoio da sella, destinata a contenere gli oggetti d’uso per governare il cavallo altro non era, in fondo, che il corrispondente dell’astuccio attrezzi della nostra auto.

RESTAURO

Antico è bello
Giorgio Vasari, pittore, architetto e storico, si era violentemente scagliato contro ogni tipo di restauro, salvo poi eseguirne egli stesso alcuni. Al dilemma, spesso dibattuto e originato anche da numerosi lavori imperfettamente eseguiti, pose fine il trionfante concetto: meglio restaurato che definitivamente perduto. Si trattava, allora, esclusivamente di restauri pittorici e statuari.

Tutto fa sospettare, infatti, che fino ad epoca assai recente nessuno abbia seriamente considerato l’opportunità di restaurare un mobile, salvo ovviamente rare eccezioni. La mobilia, insomma, dopo l’onorevole uso protrattosi per decenni, o secoli, non diventava «antica» ma bensì, e irrimediabilmente, «vecchia», da buttare o destinata spesso a un pratico e spiccio uso. Una vera fortuna questa per gli odierni cacciatori di «egregi pezzi», poiché tutto quello che è sfuggito alle fiamme è rimasto, e in qualche luogo deve pur trovarsi, foss’anche nel fondo di una povera capanna sperduta in mezzo ai campi. Se poi la caccia all’antico si è oggi trasformata in caccia all’autentico, ciò è dovuto al logico «numero chiuso» di quest’ultimo.

Ma il fenomeno è altamente positivo, rispecchiando una vera rivoluzione economica e sociale, prodotta da maggior benessere e più alto livello culturale. Tra i vari tipi di restauro, sarà quello librario ad accendere di più la nostra stupita ammirazione: ultimo arrivato in ordine di tempo, è un prodotto di altissima specializzazione che, grazie allo sfruttamento dei mezzi ottici che la scienza mette a disposizione, come raggi X, infrarossi e ultravioletti e luce di Wood, riesce a compiere veri miracoli.

In questo caso, naturalmente, i centri operativi sono in numero limitatissimo, una esigua famiglia che si unisce a quella più grande degli ebanisti, stuccatori, decoratori, intagliatori del restauro italiano.
Famiglia preziosa e indispensabile oggi più che mai, data l’urgente necessità di mantenere integro il nostro patrimonio artistico, che non si limita, come erroneamente si può pensare, al contenuto dei musei, ma si estende a tutto il tessuto sociale della nazione.

STRUMENTI MUSICALI

L’intelletto sulla corda
Programmato per il calcolo della curvatura di un fondo di violino, recentemente un potente computer in Giappone ha «fuso». Consolante notizia, ma scontata per chi in Italia, da Cremona, a Milano, a Genova e altrove esercita la nobile arte del liutaio. Preparare il fondo, o la tavola armonica, o qualsiasi altra parte del violino è infatti come scrivere un brano o una poesia, dove le pause, le virgole, gli accenti rappresentano quei millesimi di millimetro decisivi per la perfezione acustica: anche lì non è la mano ma la mente a decidere.

Seguire le fasi di nascita di un violino è senza dubbio alcuno come assistere ad una delle supreme manifestazioni dell’intelletto umano applicato, dove in ogni momento, dalla scelta del legno fino all’ultima fase della verniciatura, la perfezione tecnica deve collimare con una grande sensibilità acquisita con costante dedizione e sacrificio.
Lo strumento non ha fretta di prender forma, vuole rimanere, durante centinaia di ore, con il suo creatore, docile e obbediente alle prime sollecitazioni, ai primi palpiti.

Non vi sono segreti nella costruzione di un violino o di un altro strumento a corda: da tutto il mondo si viene a studiare e a perfezionarsi nelle scuole classiche italiane. Qui si impara a costruire chitarre, violini, viole, violoncelli e contrabbassi, tutti quegli strumenti, insomma, che rappresentano tuttora la spina dorsale dell’orchestra.
È una grande ricchezza e nostro vanto, ma non bisogna dimenticare gli altri meriti del nostro artigianato musicale, a cominciare da quelli dei costruttori di clavicembali, clavicordi, tiorbe, fortepiani eccetera. Sono numerosi in Italia e operano con grande abilità sulla scia del rinnovato interesse per le melodie sei e settecentesche. Strumenti di lusso e di grande impegno, e dal sottile fascino, come quello emanato dalla monumentale arpa, usata ancora in orchestra, di cui esiste tuttora in Italia un produttore, uno dei pochissimi al mondo.

Un improvviso – ma forse atteso – accordo di fisarmonica, può allargare un po’ di più questo orizzonte. La cara, familiare, contadina fisarmonica, interprete del più spontaneo folclore. Anche lei, per prender vita, esige cura, dedizione, pazienza e sapienza: sono centinaia di parti in legno, avorio, alluminio, acciaio, ottone, celluloide. Sprazzi di luce destinati ad irradiare spesso, con la musica, gli accordi profondi del sentimento.

TESSITURA

Eterna, femminile arte
L’invenzione della tessitura è un avvenimento basilare nella storia dell’umanità, quasi quanto quello della ruota. Cosa abbia offerto l’idea, è difficile sapere, ma non è improbabile che sia stato il compatto panno di fili d’erba e radici che compone il nido di molti uccelli. Quello del passero tropicale è addirittura intrecciato come un cesto di fibre vegetali.
Da Penelope all’ultima rondine – che accetta dal maschio solo il materiale pronto – una cosa risulta subito evidente: la tessitura ha una netta collocazione femminile. Si presume che fin dal neolitico, epoca in cui il tessuto dovette sostituire le pelli usate dalle comunità preistoriche di cacciatori, l’attività al telaio, poco faticosa e casalinga, fosse svolta prevalentemente dalle femmine.

Gli Egizi adoravano in Neith anche la dea tessitrice, simbolo dell’eterno femminino, mentre Atena è protettrice delle opere femminili, in particolare tessili.
Anche se la tessitura è stata fagocitata, dal XVIII secolo in poi, dal progresso e dalla macchina, straordinaria nella sua applicazione manuale residua è la continuità tecnica di lavorazione: i telai a mano da cui sono usciti, nei secoli, velluti e damaschi dai motivi, riflessi e colori più straordinari, sono tuttora in opera in molte botteghe artigiane e si discostano ben poco, nella loro struttura spesso pluricentenaria, dai loro più antichi predecessori.

Sono per lo più microscopiche realtà aziendali, spesso installate in zone dove in passato quest’arte forniva benessere e anche ricchezza, ma che dimostrano, con la loro solidità economica, l’insostituibilità dell’apporto manuale dell’uomo nelle elaborazioni di altissima classe. Un esempio assai eloquente, sta nel velluto operato prodotto da una di queste botteghe artigianali in Liguria: avanza sul telaio giornalmente di poche decine di centimetri, con ordito di 210 fili al centimetro.

Un altro illustre esempio è quello delle antiche fabbriche di S. Lencio, fondate dai Borboni di Napoli e ancora attive oggi. Adagiate sulle “fasce” (terrapieni a terrazza) liguri esistono ancora, numerose, le case dei tessitori, casolari spesso abbandonati che si riconoscono da quella finestra abnorme che contraddistingue la costruzione compromettendone la simmetria. Era stata fatta, a scapito del calore ambiente, per sfruttare al massimo la luce del sole, unica adatta per controllare il colore e la millimetrica perfezione dell’ordito.

VARIE SPECIALIZZAZIONI

I rami verdi dell’artigianato
L’evoluzione del pensiero, dei costumi e delle conoscenze è assai rapida, e se da un lato si assiste alla massificazione dei consumi e alla consunzione delle ideologie, c’è anche la reazione di chi vuole esprimersi ancora ed esclusivamente attraverso la propria identità culturale. È questa, in fondo, proprio la definizione di artigiano, un uomo libero la cui opera non deve necessariamente essere legata a schemi tradizionali o comunque usuali. Egli non è né deve essere solamente un continuatore di mode: quando all’abilità si aggiunge l’inventiva, l’artigiano si proietterà nelle nuove direzioni e dimensioni dell’attività umana in qualsiasi campo.

Poniamo il gelataio e il pasticciere, che possiedono doti di grande equilibrio estetico e senso della proporzione e del colore e le manifestano nelle loro opere scultoree e nelle loro rappresentazioni architettoniche perfette, anche se commestibili; oppure il ricercatore olografo, che ancora riesce a far progredire i suoi studi e le sue esperienze sul piano domestico, appunto artigianale, manipolando luce reale in real-fantastiche immagini tridimensionali; o ancora l’inventore di oggetti pratici, che riesce ad agevolare, con una trovata, la nostra vita di tutti i giorni; e chi, ideando giochi nuovi, provvede ad aggiungere gioia alla gioia dei bambini.
Senza dimenticare l’artigiano della penna, giornalista, disegnatore, vignettista e magari anche narratore, che sta sui confini dell’arte. «Il poeta -scrisse il Carducci – è un grande artiere…», e voleva dire certamente un grande artigiano.