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Campania Blu Avviso ai sub


Avviso ai sub

Non c’è niente come un’immersione per un “safari” subacqueo per coronare degnamente una vacanza sul mare. Naturalmente, sì raccomanda la massima attenzione alle regole dì questo sport: la buona condizione fìsica, la forma assicurata da regolare allenamento, l’efficienza del materiale, ‘osservanza scrupolosa delle norme dì sicurezza, la ripulsa dì ogni tentazione a strafare, “Scendere” non è come il semplice tuffarsi, e non è un hobby che sì possa coltivare con l’improvvisazione e l’inesperienza.

Ma può essere frustrante immergersi in perfetto assetto, seguire tutte le auree norme e riemergere col classico pugno di mosche, importante è conoscere come e dove i! “safari” è reso possìbile dalla presenza della “materia prima”: il pesce, Ci siamo ingegnati, con l’esperienza maturata con immersioni quotidiane da almeno vent’anni a questa parte, a fornire ai lettori dì “Campania Blu” una mappa precìsa dì utili consigli in tal senso.

Seguiremo un criterio che divide il territorio in tratti omogenei, ritenendo che sìa ìl più efficace.
Si tenga conto del fatto che, tranne alcune varianti, la fauna è quella tipica del Mediterraneo: orate, saraghì, spigole, cefali, cernìe, occhiate, ricciole, marvìzzì, corvìme e polpi.
Buona pesca e, soprattutto, buon divertimento (che è sempre assicurato quando sì presta attenzione alle norme comportamentali che rendono i! Sesto Continente amico dell’Uomo).

Da Sapri a Marina dì Casalvelìno

Seguendo l’itinerario sud-nord, e partendo quindi da Sapri, la pesca, nel tratto Saprì-Polìcastro, va praticata sotto costa, Sì raccomanda, in particolare, dì fare una puntata alla Secca Pìccola, che sì trova davanti a Marina dì Camerata.
Identico suggerimento per il tratto tra Palìnuro e Marina dì Casalvelìno.
Circa le immersioni consigliate (oltre alla già citata Secca Piccola), sì segnala un fondale di 40 metri davanti a Punta degli Infraschi (Capo Palìnuro): tra pareti di corallo rosso, si muove una ricca fauna marina.

Da Acciaroli a S. Marco di Castellabate

La zona più interessante, anche dì questo tratto, è quella sotto costa, Tra Punta Licosa e S. Marco il fondale è tutta una grossa secca, Le immersioni consigliate: Secca delle Sarde (a S. Marco) e Secca della Vatolla, Secca delle Sarde ha fondali dì 43 metri, è molto bella ed offre ottime possibilità dì pesca sìa per la quantità e sìa per la qualità della fauna, Una raccomandazione: può costituire un’evenienza rara, ma ci sono possibilità di presenza dì squali.

Agropoli

Da Punta Tresìno a Punta del Pagliarolo c’è una Riserva Naturale. Ovviamente la pesca è vietata, ma non è vietata (anzi la consigiamo) l’immersione per un full contact” con una fauna veramente eccezionale ed In un ambiente che ne esalta la bellezza. Numerose le cernìe (anche se non molto grandi) presso la franata di lastroni.
Con pareti appena fuori la riserva c’è una secca con fondali da 24 a 40 metri.

Da Agropolì a Salerno

La pesca va praticata sotto costa, soprattutto nel tratti dove questa sì presenta rocciosa, Questo lungo litorale ha fondo principalmente sabbioso.

Da Salerno a Vìetri

Riprende, In questo tratto, la costa prevalentemente rocciosa, A Vìetri sì pesca sotto costa, L’Immersione consigliata è presso Punta Fuenti.

Da Cetara a Posìtano

Sotto costa è sempre la zona preferibile per pescare, Davanti a Capo d’Orso (presso Erchìe) c’è una secca con fondali a 30 metri; sì consiglia l’immersione In questo punto per la folta presenza dì fauna mediterranea.

Capri

Tranne che a Marina Piccola e Unghia Marina (dove sì pesca bene), I fondali sono molto profondi e raggiungerli è impresa da riservare soltanto ad esperti bene allenati, Le immersioni consigliate non possono che essere quelle alla Grotta Azzurra, alle Grotte a Tragara e – veramente bellissima – a Grotta lammarella (si trova presso punta dell’Acerra), Una curiosità; davanti a Punta Carena, su fondali di 60 metri, c’è il relitto dì un aereo da guerra.

Massalubrense

Fino a Massa, e provenendo da Posìtano, il tratto si presta alla pesca sotto costa, Sì consigliano le Immersioni alla Secchetella, allo Scoglio dell’lsca (dove si trovano numerose grotte sottomarine) e, dal lato della Costiera Amalfitana, presso il gruppo dì isolotti Li Galli, c’è il Banco dì Bocca Grande, molto Interessante e posto a 42 metri di profondità.

Da Sorrento a Vico Equense

Per pescare bene bisogna operare sotto costa, La fauna è numerosa e variegata, Sì consiglia in modo particolare un’immersione al Banco di Santa Croce, con fondali da 11 a 40 metri.

Da Castellammare a Torre Annunziata

Oltre che nell’immancabile sotto costa, sì pesca bene, a Castellammare, presso lo Scoglio dì Revìglìano, dove sì consiglia dì operare qualche immersione, I fondali sono fino a 20 metri. Per quanto riguarda, invece, Torre Annunziata, si consiglia dì operare qualche immersione sulla cosiddetta Secca Le Carene (profondità: 30 metri).

Da Torre del Greco a Portici

La costa è, faunìsticamente, molto interessante, Un punto particolarmente pescoso si trova nello specchio d’acqua prospiciente il cimitero tra Torre Annunziata e Torre del Greco. Buone prospettive alla Secca della Favorita (si trova davanti al vecchio Attracco Borbonico di Ercolano, ed è detta così dal nome dato alla omonima Villa abitata dalla “favorita” del sovrano), Consigliata, a Portici, l’immersione allo Scoglio della Scala.

Napoli

Da Costei dell’Ovo alla Gaiola (oltre Capo Posillipo) sì pesca bene sotto costa. Numerose le secche: Pietra Salata (al largo dì Caste! dell’Ovo), Marechìaro, Gaiola, Trentaremì (quest’ultima si trova all’altezza del Parco Virgiliano, all’estremità della collina di Posillipo), Le immersioni consigliate sono alla Secca della Gaiola ed a quella del Banco dì Ghiaia (davanti al Lungomare), molto bella, con fondali a 48 metri ed interessante soprattutto tra settembre e dicembre.

Nìsìda

Con Immersioni consigliate alle Secche della Camaglia, della Batessa e Fortezza, va detto che nelle acque dell’isolotto napoletano si pesca bene fuori Porto Paone, Molte secche al largo tra la Gaiola e Porto Paone, oltre alle già citate Camaglia, Batessa e Fortezza,

Da Bagnoli a Lucrino

Numerose le secche a circa 200 metri dalla costa, caratterizzate da buona pescosità, Una raccomandazione particolare: è assolutamente necessario segnalare la propria presenza con palloni segno-sub e barca dì appoggio con bandiera a causa della presenza dì numerosi pescatori dì frodo, Immersioni consigliate: al largo di Pozzuoli, fra Nìsìda e Mìseno, ed alla bellissima Secca dì Punta Palumbo (fondali a 42 metri).

Da Baia a Mìseno

A Baia sì pesca bene (spigole, saraghì, ombrine, cernìole, cefali e polpi) tra i ruderi sommersi, E’ frequente anche la pesca dì frutti di mare (che i sub commerciano bene a Bacolì). A Bacoli, e sempre fra i ruderi, si pescano saraghì, spigole, occhiate, riccìole e polpi. Ricca anche la raccolta dei “tartufi” (vemus verrucosa). A Mìseno, invece, sì pesca bene sotto costa ed al largo dalla grotta a Punta Pennata.
Immersione consigliata: alla Secca di Mìseno, dove, su un fondale dì 30 metri, sì trovano bellissimi esemplari di Gorgonìa, Probabili gli incontri con piccoli squali,

Da S. Martino a Torre Gaveta

Sì pesca bene sotto costa, Al largo ci sono pìccole secche con possibilità dì “fortunati” incontri con spigole e cefali (ma particolarmente al mattino presto).

Procìda

La pesca è buona su tutti i tratti dell’isola, Molte secche si trovano al largo dì Punta dei Monaci, Punta della Lìngua e Punta Pioppeto, Molte secche anche al largo tra Capo Bove e Punta Serra. Le forti correnti rendono interessante la pesca anche sotto il ponte dì Vìvara, Immersione consigliata: davanti a Punta Pizzago, su fondali da 40 a 50 metri, si possono osservare Gorgonìe, corallo rosso e Paramuricee su pareti tappezzate dì spugne multìcolori.

Ischia

Sotto costa, si pesca bene in tutta l’isola, I posti “segreti” si trovano davanti al cimitero di Casamicciola, alla Secca del Soccorso a Forìo, a Punta Imperatore, a S. Angelo, al largo dei Marontì, Ed ancora: al largo, a circa 200 metri dalla riva, a Punta S. Pancrazio, al Castello dì Ischia Ponte. Immersioni consigliate: banco d’Ischia, Secca dì Forìo, Secca della Catena.

Da Mondragone a Sinuessa

Sì pesca molto bene, da settembre a dicembre (anche in apnea) lungo tutto il tratto, spaziando tra spigole, cernìe, cefali, occhiate, corvine, polpi, marvizzì e rìccìole.

… e non mancano curiosità in immersione

Le immersioni per la pesca danno modo, a chi pratica regolarmente questo sport, di avere un contatto con singolarità sottomarine che esulano dall’Ittica. II litorale campano, ovvìamente, consente un buon approccio con l’archeologia subacquea. Diamo, dì seguito, qualche suggerimento per questa singolare ed irripetibile esperienza.

A Vìetrì, alla Cassa del Fuenti, si trovano sommersi interessanti ruderi romani (soprattutto del molo risalente al I secolo a.C.). Alla Grotta dello Smeraldo (Posìtano), l’immersione è consigliata non tanto per motivi archeologici, quanto per una vìsita al Presepe Subacqueo, noto in tutto il mondo. Analoga immersione va fatta allo Scoglio del Vervece, dove sì trova la Madonna dei Subacquei. Singolare è l’Immersione davanti al porto di Torre del Greco, dove, ad una distanza dì circa 1,000 metri dalla riva e su fondali di 55 metri, c’è la bocca collassata di un antico cratere vulcanico; ha un diametro dì circa 6OO metri.

Tornando all’archeosub, vanno segnalati – tra la Gaiola e Marechìaro, a Napoli – i ruderi dì peschiere romane sommerse (alla Gaiola, alla Pietra Salata dì Posìllipo, al Genito e davanti a Villa D’Abbro). Numerosi reperti presso Pozzuoli, soprattutto di ‘opus reatìculatum” (dove, peraltro, il pesce abbonda). Eccezionale (e non potrebbe essere altrimenti) lo specchio d’acqua davanti a Baia: pavimenti sommersi, mosaici, pile dì ‘opus reaticulatum”; il Ninfeo dell’imperatore Claudio, sommerso a Punta Epitaffio. Ruderi romani sommersi sì trovano nello specchio d’acqua dì Bacolì.

Una bellissima peschiera, ancora, si trova dentro la Grotta di Miseno; una, più piccola ma non meno bella, la sì trova davanti al porto della Chiarella a Procida.
Infine, c’è da segnalare l’antica città dì Sinuessa, sommersa sul litorale Domitìo, in corrispondenza dei pochi ruderi emersi.
Mario Rosiello

Archelogia subacquea – I tesori di Nettuno

In un itinerario delle coste campane non può mancare un breve cenno sulle presenze dì Beni Culturali sommersi. In senso lato, possono essere definiti Beni Culturali sommersi tutti quei luoghi che, o per testimonianza dì manufatti umani (archeologici e non), o per bellezze naturali ed ambientali, vanno tutelati e possibilmente fruiti.

Le coste campane, in molti tratti, sono interessate da queste presenze, ed in particolare, In questa breve nota, sì indicheranno una serie dì testimonianze archeologìche che arricchiscono l’itinerario campano di valori culturali e spettacolari unici in tutto il bacino del Mediterraneo. La presenza di tali manufatti va rispettata con civiltà ed educazione e in più punti organizzazioni dì vario tipo stanno promuovendo visite guidate con mezzi appositi, barche con fondo di vetro ed altro, che consentano a tutti, e non solo ai subacquei, la visione di spettacoli altrimenti diffìcilmente visìtabìlì.

Le presenze dì manufatti archeologici sommersi possono essere di tre tipi: 1) manufatti in acque interne di fiumi e laghi; 2) relitti che interessano lo studio sia delle rotte e sia delle tecniche navali; 3) costruzioni che attualmente vengono a trovarsi in ambiente sommerso per cause di varia natura.

Appare chiaro che, per la naturale frequentazione delle coste, sin dai tempi più remoti, siti antropìzzatì sì sono venuti a trovare lungo tratti che, per motivi geologici di diversa natura (bradisismi, movimenti eustatici, arretramenti delle linee di costa), attualmente si collocano in ambiente sommerso. Di questa ultima tipologìa vi sono le maggiori presenze, e qui dì seguito ne segnaleremo i luoghi più noti.

Molto spesso il turista interessato trova informazioni alle Pro Loco o presso i punti di Informazione turìstica» cui spesso fanno capo le organizzazioni che coordinano le attività nascenti del turismo subacqueo. Il futuro di tale settore è oggetto di particolare interesse, essendo verifìcato II potere trainante dì tali iniziative. E’ auspìcìo generale che tale valorizzazione venga organizzata con un programma generale e gestita come risorsa locale.

MAPPA ARCHEOLOGICA

Percorrendo la costa campana su una ideale rotta da Sud, che possiamo definire “di Magna Grecia”, incontriamo i manufatti sommersi nella zona dì Sapri sul fondali a sinistra del golfo (1). Risalendo la costa, sì giunge al Capo Palìnuro che evoca antiche leggende, e dove vi sono grotte naturali dì Inestimabile bellezza. In queste grotte sono in corso approfonditi studi sul perìodo paleolìtico (2).

L’Itinerario continua lungo la stupenda costa che passa per Accìaroli costeggiando Ascea, dove, all’interno, c’è la città dì Velia con la famosa Porta Rosa. Questa presenza archeologica è una tipica e visibile testimonianza dell’avanzamento della costa, Attualmente sono in corso scavi che interessano l’antica zona portuale (a circa 300 metri all’interno). Sì giunge poi a Punta Licosa, dove sono presenti manufatti sull’omonimo isolotto (3), una volta collegato con la terra ferma; al presente è In atto una corrosione della costa.

Da Punta Licosa si passa al porto sommerso dì S. Marco di Castellabate, dove un cìrcolo subacqueo locale organizza immersioni guidate ed espone una serie dì ceppi dì ancore in piombo ritrovati sui fondali. Tale reperti (4) testimoniano rotte che per un lungo perìodo sono passate per quel tratto dì mare.

 

 

Altre testimonianze sommerse dì strutture portuali sono presenti sia ad Agropoli (5) e sia nell’area antistante Porta Marina di Paestum (6), mentre al punto raggiungìbile in gommone all’altezza dell’Heraion di Foce Sele (7) sono state ritrovate testimonianze (attualmente sommerse) nel letto del fiume. L’Intervento dell’uomo, le alluvioni, altri cataclismi, hanno sconvolto l’assetto dei fondali presso la costa antistante Salerno.

Tali sconvolgimenti non hanno, però, reso impossìbile la miracolosa pesca fatta da una rete a strascico, a notevole profondità, della testa in bronzo detta “dell’Apollo dì Salerno”, La Costiera Amalfitana, oltre l’Incanto del sito tra i più belli del mondo, presenta alti fondali dì grande bellezza naturale, ricchi dì corallo (tra cui quello “nero”); grotte stupende come quella della Smeraldo (10) e luoghi dove ci sono stati ritrovamenti dì particolare bellezza come la nave medioevale a Cetara (8); le strutture di una tonnara a Fuenti (8′) e le testimonianze di manufatti in un ampio tratto della antica Amalfi (9) attualmente sommersa (descrìtti nella cronache amalfitane).

Procedendo lungo la costiera, sì trovano al largo gli ìsolottì Lì Galli, dove sono stati recuperati molti ceppi di ancore in piombo, essendo i tre ìsolottì (11) un ancoraggio naturale usato fin dall’antichità, Proseguendo, sì doppia la Punta della Campanella dove è visìbile, sul fianco (12), un enorme epitaffio, incìso nella roccia, dì epoca di Posìllìpo.

Da questi fondali ha inìzio uno dei Parchi Archeologici sommersi più grandi del mondo, Sì passa – oltre i punti dì Capri (13 e 14), dì Marina della Lobra (15) e dì Revìglìano (16) – dalla piscicoltura della Villa d’Avalos (17) alla zona del Genito (18), da questa all’Area della Pietrasalata (19) e della Gaiola per finire alle strutture dì Nìsida (20) attualmente sotto la scoglìera.

Scapolato l’isolotto dì Nìsida, collegato alla terra da un ponte che passa ove era una volta ubicato l’antico lazzaretto della città, si profila poi Pozzuolì con la sua Acropoli; il Rione Terra (21), Dai reperti esìstenti sui fondali antistanti il Rione Terra sì passa per la zona dì Porto Giulio (Lago di Lucrino) alla città imperiale di Baia.

In questa zona, soggetta all’azione del bradisismo, è presente un’estensione di manufatti che comprende una parte della città romana di Pozzuolì, l’accesso dell’antico Porto Giulio (che occupava l’estensione dei laghi Lucrino e Averno) e il complesso sommerso documentato da tanti ritrovamenti dell’antica Baia. Sul porto di Pozzuolì sì può fare riferimento per vìsite guidate sia da terra e sìa da mare presso gli uffici dell’Associazione Culturale Alìseo. In epoca aragonese fu costruito un potente Castello, dove ha sede oggi il Museo dell’Archeologia Subacquea.

Un ufficio distaccato del Ministero dei Beni Culturali, istituito nei pressi del Castello, potrà, tra l’altro, fornire indicazioni maggiormente dettagliate. Nella zona sono in fase dì decollo varie iniziative per un turismo che consenta – con barche dotate dì fondo vetrato – dì visitare i manufatti sommersi (Motonave “Marìella” ed altre), In prosieguo quasi ininterrotto vi sono i fondali antistanti Punta Pennata (23) ed i reperti delle strutture dell’antico porto dì Mìseno (24).

Dal Capo Misene viene l’obbligo dì intraprendere la rotta per Procìda (25) e Ischia (26), Due porti stupendi per bellezze naturali, con fondali spettacolari e dì notevolissimo interesse per la presenza dì relitti. Presso la Pro Loco dì Precida sono esposti ceppi d’ancora ritrovati sui fondali dell’isola e sì possono ottenere adeguate informazioni. Col periplo dell’isola sì passa presso Vivara, ricca dì fondali stupendi per bellezze naturali e per la presenza faunìstica. L’isolotto di Vivara è zona protetta e si spera che diventi Parco Naturale.

Da Vivara sì fa rotta verso Ischia Ponte, dove un altro castello Aragonese difende lo stretto. Nella zona di Ischia Ponte, agli Scogli dì S. Anna, sotto la Torre dì Michelangelo, vi sono i resti di un’officina dove fondevano manufatti in piombo con galena proveniente dalla Sardegna, Questi ed altri manufatti sono presenti al Museo di Villa Arbusto a Lacco Ameno, I fondali sono vari ma tutti mozzafiato, e sì susseguono lungo una costa scoscesa di lava nera che si alterna a tratti dì spiaggia dì particolare bellezza, dove fumarole vulcaniche a livello del mare e fonti d’acqua termale calda rendono singolarìssìmo l’itinerario marittimo (Spiaggia dei Marontì).

Da Ischia sì raggiunge la costa e sì passa dinanzi all’Acropoli dell’antica Cuma, per proseguire costeggiando l’antica Selva Gallìnara e passare davanti a Lìternum (27), Proseguendo, sì tocca la Foce del Volturno (28) e, risalendo verso Nord, sì tocca Sìnuessa sommersa (29) e l’attuale Mondragone, Anche dì questa marina sì possono avere notìzie: nella vicina Sessa Aurunca, stupenda cittadina medìoevale all’interno, vi è un attivo volontariato che mette a disposizione del turista Informazioni e documentazioni della zona, All’estremo lìmite nord del litorale campano, in un tratto dì costa dove è ancora presente la “macchia mediterranea”, originale della zona acquitrinosa, sfocia il Garìgliano, Lungo il suo corso, all’altezza degli scavi dì Minturno (30), sono state ritrovate antiche “stìpae” votive e le tracce del ponte romano che consentiva il passaggio della vìa consolare Appia.
Antonio di Stefano

Questa guida-vademecum riporta elementi ed informazioni che possono apparire estranee, per così dire, a chi batta il mare e si aspetti, giustamente, di trovarvi le indicazioni utili ad una buona navigazione. Ma ci siamo proposti dì condurre per mano – ci sia consentita l’espressione – il turista che. sbarcato dal suo navìglio, sì trasformi da “marinano” in ‘terragno”. Ciò spiega la dovìzie di indicazioni e notizie circa i collegamenti viari e ferroviari, la nomenclatura che riguarda l’arte ai i monumenti, i suggerimenti relativi ad itìnerari “interni” e gli accenni sia al relax dello shopping e sia a taluni servizi che sono di esclusiva pertinenza “terrestre”, e non “marina”. E’ un “avviso ai naviganti” che d è parso utile per meglio chiarire gli scopi di questo “abecedario” ad uso di un turismo che voglia orientare la propria curiosità itinerante nel senso geografico delle rotte seguite dai colonizzatori greci del VI secolo A.C. e degli eroi epici Ulisse ed Enea.

Ma un “avviso ai non naviganti” è altrettanto doveroso ed utile, perché questo nostro “calepino” si rivela prezioso anche per chi non abbia dimestichezza con “nodi”, “approdi”, “fondali” e “venti dei quadrami’. A questi nostri lettori ci sembra opportuno chiarire un fatto essenzialmente: certe indicazioni possono apparire incomprensìbili; finanche astruse. Ci riferiamo, per esempio, ale caratteristiche dei vari centri visitati, che definiamo con descrizioni d’un colore particolare: la copertura dì taluni campanili, il dilungarsi sulla colorazione dì alcuni edifici, la meticolosità circa caratteristiche che da terra non sarano mai notate.

Gli è che avevamo il dovere di fornire ai nostri lettori “di mare” quelle coordinate visive che consentano di individuare una località in assenza dei cartelli indicatori, che a terra si trovano in abbondanza, ma in acqua mancano del tutto. Forse, a leggere questa nomenclatura sui generis senza la necessità dì doverlo fare a pelo d’acqua, si possono scoprire anche aspetti nuovi ed inimmaginabili; particolari che magari sarebbero altrimenti sfuggiti, caratteristiche che renderanno ancor più indimenticabili i siti.
L’editore

ENEA TORNERÀ INDIETRO

Il vecchietto dove lo metto? Questo è un interrogativo dei nostri giorni, non dei tempi di Enea. L’eroe (prima omerico e poi virgiliano) non se lo pose nemmeno per un attimo. Mentre dietro di lui Troia diventa un immenso rogo. lui sì carica sulle spalle il vecchio padre Anchise e, con il figlioletto Ascanio per mano, si mette in cammino verso la salvezza. L’unica indecisione riguardi la direzione da prendere: la Grecia o la penìsola italica, dove pure lo sospinge il suo destino di “progenitore dei Latini ?” In Enea è grande la “pietas”, non il decisionismo, Va dove lo portano gli eventi: segue la coste dell’Epiro, soggiorna a Cartagine con Dìdone, ma alla fine sente irresistibile il richiamo dell’Occidente. Arriva alla foce del Tevere e diventa “eroe laziale”.

Ma è lungo il Tirreno, davanti alla Campania, che il suo destino sì compie. E’ qui che non gli mancano prove dure che lo colpiscono negli affetti e nell’organizzazione del lungo viaggio (raccontato in maniera molto suggestiva una trentina di anni fa. alla Radio, dal latinista Enzo Cetrangolo e dallo scrittore Luca Di Schiena).

Ora Capo Palinuro è un bellissimo promontorio che si erge tra i golfi di Salerno e di Policastro, In una pìccola, pittoresca insenatura circondata da ulivi, c’è una delle più attraenti “città delle vacanze”. Prima vi abitavano, quasi esclusivamente, pescatori e contadini. Oggi non mancano vacanzieri e villeggianti di lusso. Per molti è un luogo di spensieratezza.

Per Enea fu di dolore. Come racconta Virgilio, il timoniere dell’eroe cade in mare mentre dorme. Non rimase che seppellirlo lì e dare il suo nome al promontorio, Chi vuole può vedere i resti del cenotafio eretto in memoria dell’imprudente timoniere. E Capo Miseno? Cosa rappresenta, nella tradizione virgiliana, il promontorio collegato ai Campì Flegrei dalla sottile striscia dì terra che s’allunga fra la spiaggia di Miliscola e il Mare Morto? Anche qui il panorama visto dal Faro è semplicemente straordinario. Eppure anche questo è stato luogo di un altro dramma. Infelice protagonista ancora un uomo di Enea: il suo trombettiere e araldo.

Miseno sfida Tritone alla gara del suono, ma per vendetta viene fatto cadere in mare. Chi non vuole addolorarsi con questo ricordo, può fermarsi a contemplare la “piscina mirabile”: la più grande cisterna del periodo romano, capace di contenere tanta acqua da fare invidia ai più grandi invasi di oggi. Campi Flegrei “ardenti” per Virgilio e suscitatori di forti emozioni oggi per lo scrittore francese Jean Noèl Schifano. Fra il cratere della Solfatara (“allo stato quiescente”, dicono le guide) e il mito delle Sirene (“geni della morte” e “ammaliatrici di uomini”) Enea va dritto verso l’antro della Sibilla Cumana che resta la più famosa di tutte le profetesse, veggenti o sacerdotesse di Apollo. La grotta, scoperta nel 1932, fa rivivere le suggestioni poetiche della “discesa agli Inferi”.

L’eroe virgiliano guadagna la “dritta via”. Affronta con più determinazione lo scontro con il re Latino di cui sposa la figlia Lavinìa che, però, era stata promessa al re dei Rutuli, Turno. Tutto poteva immaginare Enea, tranne di trovarsi in un ambiente “siciliano”. E’ costretto ad affrontare in duello il promesso sposo “tradito”. Lui è più forte, o più fortunato, e vìnce. Ma, uscito dalla leggenda. Enea deve affrontare la storia e, peggio, l’attualità, 11 suo scontro con Turno non è ancora finito. A Pozzuoli, nella parte più caratteristica dei Campi Flegrei, allo sfortunato re dei Rutuli è stata intitolata una strada residenziale su Montenuovo, verso Baia e Bacoli. All’eroe virgiliano, invece, è stata intitolata una stradina secondaria, una piccola traversa nella zona di Lucrino. Così, almeno sul piano urbanistico, Turno batte nettamente Enea. L’eroe virgiliano, perciò, dovrà un giorno tornare indietro per regolare nuovamente i conti con l’antico rivale…
Ermanno Corsi

LA ROTTA Di ULISSE

Io, napoletano, amo il mare, Ne amo la “fisicità”. Ne amo l’intelletto, il mistero, le meraviglie. Ho sempre amato due grandi “marinai”: Ulisse e il capitano Acab. Il primo lo ha creato Omero, il secondo Herman Melville: un greco e un americano, Quella di Ulisse, è la lunga storia di un Ritorno. Quella di Melville, è la storia di una Caccia (la Caccia a Moby Dìck, la Balena Bianca). Una Caccia metafisica. Vengo a Ulisse. Riassumo le tappe del suo interminabile Ritorno.

La guerra di Troia è finita. Ulisse riprende il mare. Prima tappa: la terra dei Cìconi, una tribù della Tracia. Qui giunto, saccheggia Ismaro, una di quelle città. Ne uccìde tutti gli abitanti, tranne uno, sacerdote di Apollo, che gli regala dodici orci di un vino dolce e forte. Ulisse riprende il mare. Egli è un Reduce senza pace, Ha l’istinto del guerriero. La sua rotta verso Itaca (la pietrosa Itaca) è un sentiero insanguinato. Dopo i Cìconi, arriva tra i Lotofagi, sulla costa della Cirenaica. E’ un popolo gentile. Coltiva il frutto del loto, che fa perdere la memoria e il desiderio della patria. Nel corso della storia è capitato a molti reduci. Capita pure ai marinai di Ulisse; non a luì, che lì costringe a riprendere il bianco mare.

Arrivano in Sicilia, Quando uno dei Ciclopi, Polifemo, chiede il suo nome a Ulisse, questi gli risponde: “Nessuno”. Una risposta da mafioso ante lìtteram? Celare il proprio nome, per nascondere la propria identità? Il mattino dopo, Ulisse trafigge con un palo indurito al fuoco l’unico occhio del Ciclope: quel palo è la sua “lupara bianca”?
Sbarco all’Isola di Eolia. Dove Eolo, Re dei Venti, regala a Ulisse un otre che li contiene tutti. Ma scende la notte, Ulisse si addormenta e i suoi compagni, credendo che l’otre sia ricco di buon vino, lo aprono, e allora i venti si scatenano e rigettano la nave sulle coste eolie. Arrivo fra i Lestrigoni, popolo di giganti antropofagi, nel sud del Lazio, ai confini con la Campania.

Uccisione di un marinaio di Ulisse e lancio di enormi massi sulle navi: tutte a picco, tranne quella di Ulisse, che riesce a fuggire per il verde mare. Ridotto a una sola nave, Ulisse risale verso il nord e giunge all’Isola di Ea, l’attuale Monte Cìrceo, dove abita la maga Circe, che trasforma in bestie gli uomini dì Ulisse. Con l’aiuto di Ermes, questi libera i suoi compagni e rimane un anno con la maga da cui ha un figlio, forse due, forse tre. Ma, nella realtà effettuale, chi fu Circe? Qualcuno ha scritto (Alberto Savìnio) che essa è la personificazione dell’estetismo, lontana collega di Ida Rubinstein, di Greta Garbo, della marchesa Casati. L’anno che Ulisse trascorre nell’isola dì Circe è l’esperienza “dannunziana” dì un uomo di costumi semplici e schietti. Cantava Egammone da Cirene che Ulisse ebbe un figlio da Circe e che costei infine si maritò con Telemaco. Ingenuità degli antichi. Come se Ida Rubinstein e Greta Gabo fossero donne da far figli.

Da Circe al Regno dei Morti. I cupi spettri dei defunti. Le profezie. Il ritorno sulla Terra. L’incontro con le Sirene dal bel canto, nel Golfo di Napoli: Ulisse sì fa legare all’albero maestro; ma ordina ai marinai dì tapparsi le orecchie con la cera. Luì non se le tappa, L’ascolto di quel bel canto è privilegio non della ciurma, ma dei Grandi Signori. E le Vacche del Sole. E l’Isola di Ogìgìa, nell’Occidente mediterraneo. Vi risiede Calìpso, ninfa il cui nome equivale a “Colei che nasconde”. Ella promette a Ulisse l’immortalità. Ma sul naufrago prevale la brama del Ritorno, E, su ordine dì Giove, la ninfa acconsente alla partenza dell’amato. Gli da legname per costruirsi una zattera, e provviste per il viaggio, e gli ìndica su quali stelle regolare la navigazione.

Pare che gli amanti abbiano avuto tre figli. Creta, sotto il nome di Ogigia, passava per l’isola di Calipso; finché Victor Bernard, l’ultimo degli omeristi “geniali”, disse: “Ogigia a me sembra un epìteto: se l’isola dì Calìpso avesse avuto un nome suo proprio, questo nome sarebbe Ispania”. E ancora Savìnio: “Calipso abitava dunque nel remoto Occidente in un quartierino da scapola: l’equivalente di una garsonnière. E che cosa triste la vita dì questa ninfa zitella e solitària. figlia di un padre vecchio e pure lui tristissimo, re dei sollevatori di pesi (Atlante), che per punizione si regge il mondo sulle spalle!”.

Partito da Calipso, Ulisse naufraga sull’Isola dei Feaci. Questi sono un popolo strano, sul limite delle favole, dei miracoli; di qui a un passo si trova Itaca, la realtà sobria, forse un po’ amara. Qui, in quest’isola, c’è il palazzo di Alcinoo, dove Ulisse racconta la propria lunghissima avventura. Tutto quellio che racconta di sé è uno smascheramento di se stesso, un manifestarsi dinanzi ad amici che lo hanno accolto e ammirato, che hanno fatto causa propria della sua causa, che gli hanno promesso dì accompagnarlo a casa, solo che non sanno chi sìa colui per il quale sì addossano questo carico. Ciò che si svolge tra Ulisse e i Feaci, dall’arrivo alla presentazione, introduce il grande autosmascheramento. la lunga serie delle avventure favolose rispecchiate nella rimembranza. Quando Ulisse, ascoltato il consiglio di Nausicàa, sì getta ai piedi della regina Arete, il banchetto serale sta per finire. Rimane solo l’ultimo sacrificio a Ermete.

E intanto Ulisse, che non ha ancora rivelato il proprio nome, è già diventato ospite del re dei Feaci. poiché, nell’epoca della società gentilizia e dell’aristocrazia militare, il re rappresenta il volere della comunità. Così anche il forestiero. Ma Alcinoo già sospetta che il loro ospite non sia un mortale qualunque, ma un uomo straordinario. Ed ecco che, mentre il cantore Demodoco decanta le gesta dei guerrieri greci e teucri, Ulisse non riesce a frenare le sue lacrime. Allora l’agnizione è generale: l’uomo sconosciuto che sta alla mensa dei Feaci è l’eroe greco esaltato dal cantore. Lo ha rivelato egli stesso col suo pianto. E’ vicina, dunque, l’ora del Ritorno. E Ulisse arriva in patria travestito da mendicante. E’ l’ultimo mascheramento dell’eroe. L’ultima menzogna. Il tutto è avvenuto avendo il mare come magico scenario. Il Mare come mito. E come musica di sillabe celesti.
Luigi Compagnone

testi e foto da Campaniablu REFERENZE PUBLICAZIONE

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